Pillola blu o supposta rossa? Perché la nostra generazione è infelice e come rimediare

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Èsempre stato dietro le quinte, nella tua testa. Ti fa compagnia prima di addormentarti e spunta tipo pupazzo a molla quando qualcuno ti chiede cosa fai nella vita. Conduci un’esistenza dignitosa, non ti manca niente e la birra con gli amici ogni tanto te la fai. Ma hai il costante sospetto che esista qualcosa di importante che non hai fatto e che ti permetterebbe di essere veramente gratificato.


Lei è Maria.

maria

Maria fa parte della Generazione Y, quella dei nati fra i primi anni 80 e la fine degli anni 90. Epoca di grandi trasformazioni. Crollo del muro, Kurt Cobain che si spara, Berlusconi al governo. Roba da pazzi. Anche per questo, come ogni suo coetaneo, Maria pensa di essere parte di una storia molto speciale che ha lei stessa come protagonista.

Nella vita di Maria tutto va a gonfie vele, tranne un piccolo dettaglio: lei è, come dire, infelice.

Cerchiamo di capire perché. Sulla felicità ognuno ha dato il suo contributo e i social sono pieni di aforismi filosofici sotto selfie che nemmeno quelle che battono al porto. Ma potremmo descrivere la felicità con un’equazione?

Felicità = Realtà – Aspettative

Così diventa abbastanza semplice: quando, nella realtà, la nostra vita va meglio delle aspettative, siamo felici. Quando la realtà è peggiore delle aspettative, siamo infelici.

Analizziamo la famiglia di Maria: questi sono i suoi genitori.

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Sono Baby Boomers, nati negli anni 50 e cresciuti dai nonni di Maria che hanno vissuto la grande depressione e la guerra. Una vita difficile, senza smartphone e McDonalds, piena di privazioni e sacrifici.

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La generazione dei nonni di Maria era ossessionata dalla sicurezza economica che, ai loro tempi, poteva fare la differenza tra la vita e la morte. Per questo motivo hanno educato i loro figli, i genitori di Maria, a costruire delle carriere solide e pratiche, in modo che potessero avere un prato più verde del loro.

pratoverde

Quello che gli insegnavano è che non c’era nulla che li potesse fermare dall’ottenere quella ricchezza e quel prato verde, ma dovevano mettere in conto anni di sacrifici. Siamo in pieno Grande Sogno Americano. Le aspettative dei genitori di Maria erano queste:

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I genitori di Maria si laureano, la smettono di essere hippies alternativoni e cominciano a lavorare. Negli anni 70, 80 e 90 il Mondo entra in un’era di prosperità economica senza precedenti, per cui alla fine la realtà della vita dei nostri ex-hippies supera di un bel po’ le aspettative.

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I genitori di Maria hanno decisamente avuto un’esperienza di vita di gran lunga migliore di quella dei loro genitori per cui le trasmettono un senso di ottimismo e infinite possibilità, dandole la certezza che lei sarebbe potuta diventare tutto quello che avrebbe voluto.

fiori

Maria e milioni di suoi coetanei crescono con aspettative tremendamente alte circa le loro carriere: per la Generazione Y la sicurezza economica non è più qualcosa di attraente, fondamentalmente perché sembra quasi scontata. Il Sogno Americano non è più abbastanza. Adesso bisogna costruire il proprio sogno personale seguendo la propria vocazione.

presidente

Un algoritmo di Google ha analizzato la presenza, negli ultimi 20 anni e nella lingua inglese, di molte frasi tra cui due in particolare: “una carriera sicura” e “una carriera gratificante”. Come vediamo la prima è diventata muffosa e démodé mentre la seconda è diventata un trend in crescita. Lo slogan degli ultimi 20 anni, in sostanza, è: “segui le tue passioni”.

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Ma nella testa di Maria, e dei suoi coetanei, c’è un secondo messaggio che si fa strada e che è destinato a fare forse più danni del primo:

speciale

Maria è delirante

“Certo” pensa “tutti avranno una carriera soddisfacente un giorno ma siccome io sono insolitamente meravigliosa la mia carriera e la mia vita si distingueranno fra la folla”. Per cui oltre a una generazione che ha come obiettivo l’ottenimento di una carriera gratificante c’è ogni singola persona che pensa che la sua carriera debba stagliarsi al di sopra delle altre. Siamo tutti un cazzo di unicorno sopra un altissimo prato verde.

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Perché dunque Maria delira?
Punto uno: non possiamo essere tutti speciali. La definizione stessa di speciale significa più grande o comunque differente del solito. “Ok” dice Maria “ma io sono VERAMENTE speciale”. Diamola per buona e andiamo avanti.
Punto due: le aspettative che Maria ha del mercato del lavoro sono lontane dalla realtà. Molto lontane. Mentre i suoi genitori partivano dal presupposto che anni di duro lavoro avrebbero portato ad una carriera gratificante, le aspettative di Maria sono più simili a qualcosa del genere

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Sfortunatamente, poi si va a scoprire che il Mondo non è un posto così facile come sembra e che, per costruire della grandi carriere ci vogliono anni di lavoro e sacrifici e persino quelli che hanno avuto più successo nella vita raramente riescono a fare qualcosa di grande a venticinque anni.

Ma Maria e la sua generazione questo non lo vogliono accettare.

Come al solito c’è un’Università che ne ha fatto una ricerca (University of New Hampshire, ricerca di Paul Harvey) e ne è venuto fuori che i giovani della Generazione Y hanno un’immagine gonfiata di loro stessi. Hanno una resistenza ad accettare feedback negativo. E sentono spesso che siano loro dovuti un rispetto e delle ricompense che non sono in linea con le loro abilità e con i loro sforzi, da cui la frustrazione.
Però ci facciamo il selfie.

Per cui Maria si ritrova in un posto simile, dove il punteggio realtà meno aspettative è pesantemente in negativo.

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Come se non bastasse, c’è anche un’altra cosa:

La Generazione Y è maledetta dai social media

Può essere che alcuni coetanei dei genitori di Maria abbiano avuto delle vite di successo. E si, magari loro possono aver avuto notizie di tanto in tanto ma non hanno mai avuto l’idea di cosa stesse succedendo dall’altra parte della Nazione o del Mondo.

Maria, al contrario, è costantemente perseguitata da un fenomeno moderno: la costruzione dell’immagine attraverso Facebook.

I Social media creano per lei un mondo in cui

A) Tutti dicono a tutti che cosa sta succedendo

B) Le persone presentano un’immagine gonfiata della propria esistenza

C) Quelli che in genere parlano delle proprie carriere o relazioni sono quelli a cui, forse, le cose stanno andando un po’ meglio. Questo lascia a Maria la sensazione, sbagliata, che tutti gli altri siano veramente felici facendola sprofondare ancora di più.

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Per cui infine, questo è il perché Maria è infelice o, per lo meno, frustrata e insoddisfatta. Infatti probabilmente ha iniziato una carriera in maniera perfettamente normale ma per lei sembra quasi una sconfitta.

Ecco qualche consiglio per Maria:

1) Resta ambiziosa. Il Mondo effettivamente è un crogiolo di possibilità per una persona ambiziosa. La direzione forse non è chiara, ma vale la pena iniziare e “buttarsi” da qualche parte.

2) Finiscila di pensare che sei speciale. Il fatto è che, in questo momento, non sei speciale. Sei semplicemente una persona giovane e inesperta che non ha niente da offrire. Però potrai diventare speciale lavorando duramente e a lungo, se lo vorrai. O anche no, non è la fine del mondo.

3) Ignora tutti gli altri. Il fatto che l’erba del vicino sia sempre più verde non è un concetto nuovo ma nel mondo di oggi, grazie a Facebook e altri social media, l’erba del vicino sembra il Giardino dell’Eden. La verità è che tutti gli altri sono indecisi, dubitanti e frustrati come te e se lavori per il tuo futuro non hai nessuna ragione di invidiarli.

GROSSO DISCLAIMER: questo post è una traduzione, senza nessuna pretesa, di un’articolo di Wait But Why. Non ho nessuna pretesa di originalità. Lo sto dicendo due volte.

Detto questo, riflessioni conclusive personali, in ordine sparso:

L’insoddisfazione della nostra generazione è passata da caratteristica esistenziale a opportunità politica per chi l’ha saputa sfruttare, in Italia come all’estero. Ne ho parlato nel mio post precedente.

Tutti vogliono essere speciali, tutti vogliono fondare una startup. Ma l’alternativa qual è? Va bene non sentirsi speciali ma a Milano i fattorini che lavorano per Foodora, una startup di successo, prendono 200 euro al mese. E grazie al Jobs Act, per motivi tecnici/legali, difficilmente potranno vedersi riconosciute delle garanzie. E nel Sud Italia i nuovi poveri sono i giovani che lavorano.

La Storia, fortunatamente, segue percorsi non lineari. Fra aspettative deluse e mercato del lavoro a picco la nostra generazione l’ha presa in culo pesantemente, come dicono in Francia.
Quello che possiamo fare però è ricavarne almeno qualche lezione. Peccato che, come tutte le volte che è l’Esperienza ad insegnare, la spiegazione arrivi sempre dopo l’esame.

Peace & Love.