Spingitori di cavalieri contro la procrastinazione.

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Quando eravamo piccoli eravamo tutti convinti che saremmo diventati delle persone fantastiche: astronauti, esploratori, attori porno. Sapevamo per certo che avremmo cambiato il mondo. Non ci preoccupavamo di quanto poteva sembrare difficile: armati del nostro entusiasmo e della nostra volontà ce l’avremmo fatta.


Fin qui, niente di nuovo. Ci ritroviamo stravaccati sul divano a scorrere la timeline di facebook e a stento mettiamo insieme la voglia per portare fuori la spazzatura. Guardiamo i video degli spingitori di cavalieri, chiedendoci effettivamente cosa li spingeva e se c’era qualcuno che li spingeva da dietro.

Perché, se fossimo stati noi i cavalieri, la storia sarebbe più o meno andata così:

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La procrastinazione è uno principali problemi del mondo moderno: nessuno si immagina il nostro uomo delle caverne svegliarsi la mattina e girarsi dall’altro lato perchè non aveva voglia di andare a caccia. O ti alzavi per procurarti il cibo o morivi. E qui abbiamo un caposaldo in comune ai mille articoli sull’argomento:

Tendiamo a procrastinare finchè ci rendiamo conto che il risultato di non fare quella cosa è peggiore della scocciatura di farla.

Non ci mettiamo a studiare finchè, presi dal panico, non ci rendiamo conto che non passeremo l’esame e allora giù con le nottatacce e le sgobbate sui libri.

Chiaramente, non tutti procrastinano allo stesso modo. C’è chi procrastina di più e c’è chi procrastina di meno. E poi ci sono i casi patologici. Qualcuno più famoso di me ha scritto un paio di ottimi articoli descrivendo la sua esperienza personale ed utilizzando delle efficaci metafore. Vi faccio un breve riassunto, perché so che il tempo stringe ed avete ancora un sacco di like da mettere oggi, che sennò la gente chissà cosa penserà di voi (vi do un aiutino: niente).

Il nostro Tim, che è un procrastinatore cronico, sa di non essere da solo alla guida del suo cervello: accanto a lui c’è la “scimmia della gratificazione istantanea” che, a dispetto del suo essere un adulto che dovrebbe pensare nell’ottica del lungo periodo, gli piscia in testa e prende in mano il timone. Tim si ritrova improvvisamente nel “parco giochi oscuro”: un posto dove il divertimento è di poco valore e pieno di sensi di colpa e dove in fondo non ci sentiamo davvero bene. Tim cerca di protestare timidamente ma la scimmia lo convince dicendo che ci penserà il “Tim del futuro” ad aggiustare tutto.
Dopo un tempo sufficientemente lungo e con l’avvicinarsi della deadline lavorativa spunta fuori il “mostro del panico”, un terrificante essere urlante che fa spaventare tutti. A quel punto la scimmia sparisce nel bosco e tanti saluti. E’ rimasto solo Tim al timone, con la tensione e la responsabilità di dover fare in un giorno quello che avrebbe dovuto fare in una settimana. Nemmeno a dirlo, del “Tim del futuro” neanche l’ombra.

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L’articolo è leggermente più complesso di così ma il succo è questo: non c’è nessun te (o me) del futuro ad aggiustare le minchiate che fai oggi, nel futuro ci siete solo tu ed il “mostro del panico” che ti farà lavorare a frustate sulla schiena.
OK, questo lo sappiamo, cioè ci arriviamo razionalmente e lo condividiamo. E dunque abbiamo risolto il problema della procrastinazione? (è una domanda retorica, la risposta è “manco per niente”).
Manco per niente. Domani ci saremmo dimenticati di tutto questo o comunque l’importanza che gli daremo non reggerà il confronto con argomenti di ben altro spessore culturale.

Diciamo, per esempio, che abbiamo deciso di dimagrire o iniziare a fare attività fisica in maniera regolare. Non c’è nessun esame o nessuna deadline precisa, se non ci riusciamo non ci saranno conseguenze catastrofiche per la nostra vita, perlomeno immediate o di cui ci accorgiamo nel breve periodo. Rendendoci conto della difficoltà della situazione decidiamo di ricorrere ad uno “spingitore di cavalieri” che in questo caso è il nostro personal trainer. Che cosa lo spinge ad essere uno spingitore? Che c’è uno che lo spinge? No. ci sono i soldi, ovvero quei 500-600 euro che tiriamo fuori dalla tasca. Adesso si che iniziamo ad andare in palestra. Fondamentalmente perché non vogliamo buttare i soldi che abbiamo investito. Un metodo sicuramente efficace, dopo qualche mese inizieremo finalmente a vedere i risultati.
Però, analizziamo un momento ciò che abbiamo fatto. Ci siamo messi da soli una catena e abbiamo buttato la chiave. Adesso, quella cosa dobbiamo farla per forza.

Personalmente credo che questo non sia un metodo molto sano di approcciarsi alla vita (non saranno d’accordo con me le ragazze che non si depilano le gambe per non essere tentate a darla la sera del primo appuntamento, ma me ne farò una ragione). Ci costruiamo attorno delle prigioni che ci danno sicurezza. E come se, uscendo schizofrenicamente da noi stessi creando il nostro “gemello sadico”, ci dicessimo: “Visto che non sei in grado di raggiungere questo obiettivo, adesso ti sistemo io” e diamo i 500 euro al personal trainer mentre il nostro vero io scalcia e protesta impotente. Quasi quasi diventiamo un mostro peggiore del “mostro del panico”. In più, questo tipo di soluzione è a breve termine, non risolve il problema alla radice e non funziona se non abbiamo la forza di trasformarci nel nostro “gemello sadico”. Per un esempio molto esplicativo della dinamica si prega di vedere qui (suggerimento: noi siamo Edward Norton):

Chiunque pensi che questo sia un modo sano di affrontare la vita probabilmente dovrebbe considerare altre alternative.

Altra soluzione meno violenta ma sempre temporanea è quella di “fare il primo passo”: comincio a vestirmi, mi metto con pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica così sono già a metà dell’opera. Non proprio. Comunque facciamo qualcosa che, seppur in maniera meno traumatica, ci spinge a fare la cosa che ci eravamo prefissati (uno spingitorino?). E poi, ancora, non risolve il problema alla radice.

Sento già le vostre voci e le “scimmie della gratificazione instantanea” che, urlando a squarciagola, indicano il pacchetto di fonzies e l’episodio di “House of Cards” appena uscito su Netflix. Andrò quindi alla conclusione.

La soluzione è che dovete morire. Ma mica è così semplice come pensate. Andiamo con ordine.
Il nostro bel cervello, ormai lo abbiamo capito, è tutt’altro che perfetto. Fra le cose che l’evoluzione ha selezionato per noi c’e un’innata resistenza al cambiamento. Ogni volta che c’è un’abitudine consolidata che bene o male (spesso male) funziona, nel senso che ci permette di vivere e riprodurci, il nostro uomo delle caverne tende a conservarla. L’ordine precostituito dava sicurezza, permetteva di organizzarsi per procacciare il cibo, proteggersi dagli animali, riprodursi e morire felici alla veneranda età di trenta-trentacinque anni. C’erano i cacciatori, i raccoglitori, i capibranco, le donne (sottomesse), e così via. Chi tendeva a cambiare abitudine o punto di vista andava incontro all’ignoto e all’epoca, si sa, l’ignoto era molto pericoloso.
Non ti va bene come funziona il gruppo? Isolato e abbandonato a te stesso nella natura = morte.
Cambi metodo di caccia? Una volta su mille ti va bene ma le restanti 999 la tigre dai denti a sciabola ti fa un culo così = morte.
E così via. Questo per dire che, anche se oggi nella società occidentale le conseguenze di una cattiva scelta spesso non sono così drammatiche (mangi in un ristorante non recensito = un arrosto sotto la media), il cervello, l’hardware diciamo, è rimasto quello di 200.000 anni fa. E quel cervello ti dice che se sei nato raccoglitore cresci e muori raccoglitore. La tua identità è quella, punto e basta.
Ma, non so se ve ne siete accorti, il mondo non è più quello di 200.000 anni fa e fare affidamento sul vostro cervello è uguale a usare un pallottoliere per risolvere un test di fisica nucleare. E però abbiamo solo quello e quello dobbiamo usare.

 “Si ma che significa che dobbiamo morire? Non puoi invece morire tu?”

Adesso ci arrivo. La cosa che ci fa più paura, a cui resistiamo di più, è perdere l’immagine che fino ad un dato momento ci siamo costruiti di noi stessi. Perché chissà quello che troveremo nella foresta buia del cambiamento (suggerimento: non c’è la tigre dai denti a sciabola). Ci siamo convinti che siamo dei raccoglitori e quindi il nostro cervello fa di tutto per impedirci di cambiare e diventare il cacciatore che abbiamo sempre sognato di essere. O viceversa. Ci siamo convinti che “la palestra non fa per noi”, che è un’immagine più rassicurante che ammettere di non avere abbastanza forza di volontà. Ci siamo convinti che non abbiamo abbastanza forza di volontà, per non riconoscere che non abbiamo provato abbastanza. Con un pesante lucchetto ci ancoriamo a quell’io immaginario. E, siccome abbiamo buttato via la chiave, l’unica soluzione per dare una svolta alla nostra vita è morire. Uccidere quel riflesso (falso) di ciò che vorremmo essere ed abbracciare l’immagine di un io forse meno entusiasmante ma sicuramente più vero. Ammettere che quella telefonata ai genitori/amici/fidanzata non l’abbiamo fatta non perché non abbiamo avuto tempo ma perché non abbiamo voluto trovare il tempo (suggerimento: se lo fate veramente i primi 5 minuti saranno in caduta libera ma poi si migliora).
Perché sappiamo tutti che, una volta che avremo preso il ritmo, saremo nel parco giochi felice: un posto meraviglioso e pieno di arcobaleni, privo di sensi di colpa e fatto solo della gratificazione che il lavorare a quel progetto ci porta.

Detto questo, questa lettura ve la sareste potuti evitare se aveste visto Donnie Darko, che riassume quanto sopra in un’esemplare scena di hybris scolastica:

Prossimamente: perché non sai una mazza sul problema dei gombloddi!!!111!!uno.